Non solo acqua, lo strapotere pubblico in tutti i servizi locali

Milano – Giorgio Santilli, 2 giugno 2011, Il Sole 24 ore.

Gli slogan con cui sono stati proposti i due referendum sull’acqua sono un caso eclatante di disinformazione e mistificazione politica. «No alla privatizzazione dell’acqua», è stata la parola d’ordine con cui sono state raccolte un milione e seicentomila firme. Un dato-record nella storia delle consultazioni referendarie che non va sottovalutato perché dimostra quanta sensibilità ci sia sul tema acqua e quanto finora ci sia stata poca partecipazione degli utenti ai processi decisionali. Qualcosa potrebbe cambiare con la nuova Agenzia che dovrebbe tutelare soprattutto gli utenti. Alcune precisazioni sono però necessarie per capire meglio per cosa votiamo il 12-13 giugno.
Sotto esame anche autobus e rifiuti.
Anzitutto il primo referendum, quello che chiede l’abolizione della riforma Fitto-Ronchi, non riguarda solo l’acqua, come è stato detto e come quasi tutti pensano, ma tutti i servizi pubblici locali, come per esempio autobus e raccolta rifiuti.
Nessuna privatizzazione del bene acqua. Non c’è nella scheda la privatizzazione del bene acqua. Per legge l’acqua è un bene demaniale che appartiene allo Stato. La tariffa idrica è pubblica, determinata con procedimento amministrativo: nessun gestore può fissare il prezzo dell’acqua, ma esiste una formula («metodo normalizzato») che gli enti locali usano per determinare la tariffa tenendo conto anche degli investimenti effettuati. Pubblico è il procedimento di affidamento della gestione dei servizi, pubblica o privata: con il decreto Fitto-Ronchi si dichiarano illegittime le gestioni affidate senza gara. Pubblici sono pianificazione e controllo delle gestioni idriche, centrati sulle Autorità di ambito territoriale ottimale (Aato), composte dagli enti locali. Pubblica è la pianificazione degli investimenti, affidata a un piano di ambito, approvato dagli enti locali. Tutto questo impianto garantista pubblico non è mai stato in discussione.
Gestioni private
solo nel 7% dei casi
Come già accade dalla legge Galli (36/1994), le gestioni idriche possono essere affidate a tre soggetti: aziende pubbliche (oggi il 60%), concessionari privati (7%), società miste pubblico-privato (33%). Residuali le gestioni in economia, dove è direttamente il comune a gestire il servizio idrico. I privati possono gestire il servizio idrico direttamente o come soci (di minoranza) di società miste. Il gestore idrico privato sottosta, come quello pubblico, a un contratto di servizio che ha per base il piano di ambito approvato dagli enti locali. I valori fondamentali del piano (tariffa, investimenti, erogazione, qualità del servizio, numero di allacciamenti) sono alla base della gara che affida il servizio. A decidere è comunque l’autorità di ambito. La gestione dei servizi è affidata a imprese anche in Inghilterra, Francia, Spagna.
Cosa c’è nella riforma Fitto-Ronchi. È dichiarato illegittimo l’affidamento senza gara in house (a spa controllata al 100% dagli enti locali). Si afferma il principio della gara cui possono partecipare aziende pubbliche, private e miste. Solo se la gara per l’affidamento del servizio non viene svolta e gli enti locali preferiscono confermare il servizio alle proprie aziende, dovranno fare una gara per individuare un socio cui vada almeno il 40% del capitale.
Referendum: ritorno allo strapotere dell’in house. Nel 2003 l’emendamento Buttiglione al Dl 269/2003 legittimò gli affidamenti pubblici in house senza gara. Da allora le aziende pubbliche hanno dilagato in tutti i settori. Con le aziende pubbliche in house “passano” anche le centinaia di consiglieri legati alla politica. Per non parlare delle assunzioni “politiche” evidenziate per esempio nelle inchieste di Roma per Ama e Trambus. Se il referendum vincesse, corsia esclusiva all’azienda pubblica.
Compatibilità
con i principi Ue
Molti i dubbi che l’in house obbligato sia compatibile con l’ordinamento Ue che lo ammette come ipotesi residuale e solo nei casi in cui la gestione pubblica sia «strumentale» all’attività della Pa.
Il quesito sulla tariffa: molto pubblico, poco ambiente
Il secondo quesito, che punta a eliminare la remunerazione del capitale investito mediante la tariffa idrica, è ancora più devastante del primo per le gestioni imprenditoriali, pubbliche e private. Si torna indietro di 17 anni. Saranno penalizzati i finanziamenti bancari e quelli di capitale privato, si dovrà fare ricorso massicciamente ai fondi pubblici per gli investimenti. Il Tesoro oggi può finanziare 60 miliardi di investimenti necessari? Il quesito 2 nega anche uno dei principi ambientali ed europei basilari: il full cost recovery, cioè la copertura integrale mediante tariffa di tutti i costi operativi e finanziari. Principio affermato dalla direttiva Ue 2000/60 (articolo 9) che mira a contenere e rendere più consapevole il consumo della risorsa idrica.
Pietra tombale sulle liberalizzazioni
Il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, è il capofila di uno schieramento che continua a chiedere più concorrenza nei servizi pubblici locali. Se la riforma Fitto-Ronchi sopravviverà al referendum tornerà a porsi, per esempio, la questione dei trasporti ferroviari, che furono esclusi su proposta del ministro Matteoli. Solo la cura di concorrenza potrebbe aiutare a risolvere i problemi dei pendolari italiani.

 

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