Quali sono le ragioni che hanno sollecitato la istituzione di un Comitato del NO?

Il Comitato nasce per scongiurare il rischio della abrogazione delle  disposizioni  sottoposte al giudizio referendario. Il Comitato si propone ai  cittadini quale soggetto esponenziale  di riferimento a sostegno e difesa del processo di riforma  volto  a conferire organicità alla materia dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, a favorire l’apertura al mercato e la libera concorrenza, nel rispetto dei principi comunitari e dei diritti dei cittadini stessi.

Con il primo dei due quesiti i referendari puntano a  “ripubblicizzare” il servizio idrico, con una chiara volontà di escludere il privato dalla gestione.  Come risponderanno, a suo avviso, i cittadini?

Questo disegno, che ha una chiara matrice ideologica, conta sul sostegno di  una larghissima schiera di amministratori pubblici che sperano che nulla cambi, per evidenti “ interessi di bottega”.  Il successo del referendum rischierebbe di  riportarci indietro di venti anni, quando i servizi idrici erano gestiti fuori dalla concorrenza, con una forte ingerenza della politica e scarsa attenzione per i diritti del cittadino-utente il quale è rimasto per decenni escluso dal processo, vivendo in uno stato pressoché confusionale, frutto di un’ informazione del tutto inadeguata, che privilegia gli scandalismi, che non aiuta a capire né a formarsi un’opinione motivata ed equilibrata.

A suo avviso  il quorum per la validità del referendum sarà raggiunto?

Giudichiamo tutto rapidamente. Non riflettiamo su niente. Perché non conosciamo i problemi. Siamo sempre costretti, come ho detto poc’anzi,  a decidere con emotività. Bisogna prendere atto che nel nostro paese manca una vera cultura dell’acqua. Questo è un problema di grande rilievo sul quale si concentrerà l’attività del Comitato. Noi cittadini-utenti, non abbiamo una  sufficiente conoscenza sulle tematiche dell’acqua e dunque non siamo in grado, come dovremmo, di partecipare al processo, di divenire parte attiva delle scelte, di dare una risposta convinta, così come a breve  saremo  chiamati a fare sul referendum.  Eppure il nostro voto o non voto sarà assai importante, atteso che esso è destinato a suffragare la validità di una legge di apertura al mercato dei servizi pubblici locali, o annullarne gli effetti attraverso la sua abrogazione. In quest’ ultimo caso le conseguenze in negativo  sarebbero  incalcolabili.  Il nostro obiettivo, dunque, è quello di fare chiarezza, creare la consapevolezza necessaria per superare serenamente le contrapposizioni e le conflittualità create  ad arte, generate da una strategia di comunicazione di parte che fa leva sull’emotività, attraverso  slogan  distorsivi della realtà.

I referendari affermano che con  la  privatizzazione dell’acqua si subordina la gestione del servizio idrico al mercato e al profitto a danno del consumatore che sarà costretto a pagare tariffe sempre più elevate.

Per chi ha dedicato buona parte della propria vita lavorativa al settore dell’acqua, con un’ attenzione speciale per quel soggetto più debole del processo, ovvero il cittadino-utente, e per le centinaia di  milioni di persone nel mondo che non hanno accesso diretto all’acqua o perché il diritto è loro negato, o per cause legate ad errate politiche  di gestione, francamente resta  difficile condividere le affermazioni dei referendari. Sono più che convinto che si debba prioritariamente fare chiarezza su un fattore che rischia di favorire  una falsa rappresentazione della realtà: l’acqua è un bene pubblico non alienabile. L’ordinamento giuridico del nostro Paese ha scelto l’opzione della proprietà pubblica dell’acqua allo scopo di salvaguardarne l’uso entro limiti di sostenibilità sociale e ambientale, per cui quando  l’ente pubblico affida la gestione del servizio idrico per un determinato territorio ad un soggetto pubblico o privato,  gli affida,  oltre alle reti e gli impianti, anche l’ acqua, che dovrà essere gestita al meglio, nel rispetto delle regole, per soddisfare i diversi interessi, in primis quelli dei cittadini utenti. E’ l’autorità pubblica che determina la tariffa e ne controlla la corretta applicazione.  Il gestore, pubblico o privato che sia,  non ha alcun potere di intervento sulla tariffa dell’acqua. Se riusciremo a far passare questo messaggio sarà molto più agevole avviare con i cittadini , in questi ultimi trenta giorni  che ci separano dal referendum,  un dialogo volto all’arricchimento della conoscenza. Il voto o non voto del 13 e 14 giugno prossimi dovrà essere il risultato – questo è il nostro chiaro obiettivo – di una scelta convinta e non emotiva.

Vuole spiegarci quali effetti benefici sarebbero favoriti dall’ingresso del privato nella gestione dei servizi idrici?

Le novità  introdotte dall’art. 23 bis,  che ha seguito  le orme dei tentativi legislativi  iniziati nel 1999,  in una logica bipartisan,  sono il risultato di una  riforma cruciale per la crescita e la competitività del paese. Questa riforma consentirà finalmente di dare risposte  concrete al grave deficit infrastrutturale  favorendo l’ingresso di soggetti imprenditoriali privati dotati delle necessarie dimensioni manageriali e finanziarie, il cui apporto sarà indispensabile per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi e rispondere adeguatamente  ai bisogni dei cittadini utenti.

Asseriscono  i referendari che il servizio idrico non può essere gestito in un mercato di concorrenza atteso che esso è per definizione un monopolio naturale nell’ambito del quale chi decide il prezzo è il monopolista pubblico o privato che sia. Quindi che la concorrenza favorisca la diminuzione delle tariffe, secondo i referendari, sarebbe falso.

Tale affermazione risponde perfettamente ad una strategia di  informazione fuorviante  che mira in buona sostanza a mantenere lo status quo e a provocare una reazione di diffidenza, ovvero di rigetto,  da parte dei cittadini, nei confronti dell’ingresso dei privati nella gestione idrica.  La posizione dei referendari sul tema è smentita dai fatti. Il mercato favorisce la competizione degli operatori attraverso una selezione preventiva; la qualità del servizio e  della risorsa, il livello di efficienza, l’entità degli investimenti nel tempo e della tariffa, ecc., sono alcuni dei requisiti fondamentali si cui si basa la selezione  e dunque la scelta del soggetto a cui verrà affidata la gestione.

Secondo i referendari, è falso che l’apertura alla concorrenza favorisca la diminuzione delle tariffe e l’aumento dell’efficienza. Essi sostengono che in quella parte d’Italia ove si è “privatizzato”, non si è registrata alcuna diminuzione delle  tariffe.

Errato. E’ ampiamente dimostrabile che laddove la tariffa ha subito un aumento – e non si dimentichi che  la tariffa media italiana resta ancora la più bassa d’Europa – ciò è avvenuto correttamente in proporzione all’entità degli investimenti effettuati dai gestori, finalizzati a migliorare la qualità del servizio in favore dei cittadini utenti e a ridurre l’inquinamento.

I referendari affermano  che il pubblico non deve fare profitto e dunque la remunerazione del capitale investito, ovvero l’utile d’impresa, deve essere eliminato dalla composizione della   tariffa dell’acqua. Quale è la posizione del Comitato su questo delicato argomento?

La volontà di azzerare il tasso di remunerazione del capitale investito è chiaramente collegato alla volontà di eliminare i privati dalla gestione del servizio idrico, atteso che in mancanza di un c.d. “utile di impresa” nessun imprenditore azzarderebbe un investimento. L’eliminazione di tale indispensabile componente della tariffa imporrebbe invece al gestore pubblico di ricorrere al credito per poter effettuare gli investimenti necessari e il costo degli interessi bancari ricadrebbe inevitabilmente  sulla collettività.

Il Governo ha recentemente istituito una Agenzia Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche. Si tratta di una vera Authority? Disporrà davvero questo nuovo soggetto di mezzi appropriati per  regolare il mercato?

Credo sia assolutamente importante sottolineare che per la prima volta la nostra legislazione in materia ponga al centro dell’attenzione e del sistema giuridico specifico, il cittadino, nella sua qualità di utente del servizio pubblico. Un soggetto imparziale, svincolato dal potere politico, definirà le regole, ne imporrà il rispetto, vigilerà sulle tariffe, promuoverà l’efficienza, l’economicità e la trasparenza nella gestione dei servizi idrici,  costituirà una garanzia per il libero esplicarsi delle condizioni di mercato, in modo da favorire finalmente, nel nostro Paese, non la privatizzazione, bensì la industrializzazione del servizio idrico integrato.

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